SerialTeller
L'appuntamento di Stories. dedicato al piccolo schermo.

- Dove eravamo rimasti -
Annalise Keating e i suoi pupilli, con la terza stagione de Le regole del delitto perfetto, sembravano essersi persi nel loro terribile lutto, rimasti in balia delle proprie emozioni e delle più insensate scelte degli sceneggiatori. Il fortunato show di Pete Nowalk e della regina del piccolo schermo Shonda Rhimes, dopo una fulminante prima stagione seguita da una valida continuazione, dava i primi segnali di cedimento, segnali di allarme che facevano fortemente rimpiangere i grandi fasti degli scoppiettanti esordi a base di intrighi ben orchestrati e personaggi costantemente in bilico ma sempre capaci di trovare una scappatoia. La quarta stagione mette in discussione le certezze accumulate in quattro anni e cerca di ritrovare il suo potenziale avventurandosi anche in territori difficili.
Famiglia, relazioni, carriera e, soprattutto, futuro. Sono questi gli ingredienti fondamentali di una stagione che centra pienamente il suo obiettivo sviluppando gradualmente e parallelamente tutte le storyline dei personaggi. Nessuno viene trascurato. Certo, alcuni avanzano più velocemente di altri nel nostro percorso ma, finalmente, tutti vengono considerati e tutti giungono al momento in cui necessariamente devono confrontarsi con le loro paure e speranze più radicate. Annalise deve fare i conti con la sua moralità, Laurel con la maternità e con la famiglia da cui è sempre sfuggita, Connor e Oliver pensano al loro futuro insieme, Micaela continua il suo percorso seguendo l'esempio - più o meno discutibile - della Keating, Asher prosegue il suo percorso di responsabilizzazione e Bonnie, Frank e Nate avviano progetti personali alla ricerca di una indipendenza da Annalise.
Ad un primo sguardo tutti quanti potrebbero sembrare delle trottole, pedine prive di un riferimento e sconvolte dalla morte di Wes, venata di misteri e sotterfugi dalle origini lontane ma non troppo. Le vite dei protagonisti si intrecciano così con le operazioni più o meno lecite di Jorge Castillo, il padre di Laurel che, come suggerito dal finale della terza stagione, sembra avere qualcosa a che fare con l'omicidio del giovane Gibbins. Ognuno dovrà trovare una spalle, un punto di riferimento per la sua via verso la redenzione oppure verso la definitiva condanna.
Meglio non fare spoiler: la carne sul fuoco, a questo giro, è parecchia e deve essere gustata al meglio per apprezzarne al meglio le svolte e i colpi di scena. Il format si rinnova, soprattutto nella sua seconda parte di stagione. Non più flashback e flash forward, nessun salto temporale che lasci intuire il destino della storia: si vive così la stessa incertezza dei personaggi ignari delle prossime mosse. Addio anche alla componente soap di cui erano impregnati gli ultimi episodi. Certo, qualcosa rimane ma non pretende il centro della scena. Si lascia spazio alla maturazione, buona o cattiva, di ogni figura che si avventurerà nel labirinto di segreti e falsità costruito in tre stagioni. Magnetica come sempre Viola Davis che dona un'irrefrenabile energia all'avvocatessa di Filadelfia che, dopo un'iniziale disorientamento, si rialza e combatte per dei veri ideali incrociando ammirevolmente la strada con un'altra creatura di Shondaland, Olivia Pope. Questa volta, però, il vero punto di forza della stagione è stato l'insieme, un gruppo di interpreti che ha saputo portare lo show ad una resa dei conti che ha completato la crescita di ogni personaggio. Il finale lascia intuire il grande interrogativo della prossima stagione e promette scintille. Rimane, però, solo un timore: questi 15 episodi hanno saputo definire il fine di ogni protagonista, raggiungendolo ma i prossimi continueranno su questa strada o porteranno alla deriva allungando il naturale percorso, allontanando di conseguenza la giusta conclusione?
Voto quarta stagione: 7 e mezzo
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