SerialTeller
L'appuntamento di Stories. dedicato al piccolo schermo.

Sono rimasta folgorata, elettrizzata, dalla visione di The Handmaid's Tale. Grazie alla serie ho scoperto l'autrice e il libro che è prontamente finito in cima ai titoli da leggere che hanno conquistato il mio comodino di letture. Ero pronta a provare le stesse emozioni gustando Alias Grace, adattamento dell'omonimo romanzo di Margaret Atwood portato sul piccolo schermo dalla rete canadese CBC Television e distribuito in Italia da Netflix. Un divano e 6 puntate pronte per una sessione di binge-watching: tutto sembrava pronto per il successo.

Prima di procedere nell'esposizione delle mie impressioni è importante, però, sottolineare alcuni aspetti.
Alias Grace, a differenze dell'illustre sopracitata "sorella" televisiva di Hulu, è ambientato in un epoca lontana, nel 1843 in Canada e trae ispirazione da un fatto realmente accaduto in quei tempi. La serie segue le vicende che coinvolgono Grace Marks (
Sarah Gadon), giovane immigrata irlandese che, dopo aver trovato un posto nella società lavorando come domestica, viene accusata del crudele omicidio del suo datore di lavoro e della governante. Nel tempo trascorso in prigione e manicomio tra torture e violenze di ogni tipo, Grace continua a dichiararsi innocente. Per questo motivo viene affidate alle cure di uno psichiatra, il dottor Simon Jordan (
Edward Holcroft) che, seduta dopo seduta, cerca di comprendere la sua paziente iniziando anche a nutrire dei sentimenti profondi nei suoi confronti.
Come detto in precedenza, questa serie si colloca in un contesto ben preciso e assume i connotati di una serie in costume in stile Downton Abbey contaminata da elementi di thriller con sfumature psicologiche. La narrazione, scandita dalle sedute della protagonista, procede prevalentemente attraverso flashback che descrivono i momenti e gli incontri salienti della (breve) vita della giovane. Si assiste così alla creazione di una costellazione di personaggi secondari, soprattutto femminili, che hanno in comune l'essere vittima di una società di stampo maschile. Grace come può reagire a questo sistema? Con l'innocenza delle sua età oppure con la furbizia delle sue poche ma significative esperienze di vita?
L'intera storia si avvale dell'ambiguità della protagonista stessa, un'ottima Sarah Gadon - già apprezzata in 11.22.63 - che regala un'interpretazione più che degna di nota. Colpevole o innocente? Ingenua o manipolatrice? Tra queste condizioni si trova la realtà, una verità che è indecifrabile ma che è anche un pretesto per raccontare la condizione della donna stessa. Alias Grace è ben recitato - da non sottovalutare anche Anna Paquin -, ha una confezione affascinante e curata e ha le carte in regola per catturare e, di conseguenza, ingannare lo spettatore ma... Nonostante il prodotto si possa considerare riuscito, non sono riuscita ad appassionarmi fino in fondo. Non sono stata in grado di instaurare un legame solido con i personaggi e la storia stessa che, a mio discutibilissimo parere, manca di mordente. Sotto quest'ottica la scelta di puntare tutto ma proprio tutto sull'ambiguità non gioca proprio a favore della serie che, ai titoli di coda, lascia un po' di amaro in bocca nonostante la sua ottima fattura.

Voto miniserie: 6
Potrei darci un'occhiata, Thriller + serie in costume alla Downton Abbey non sembra male..
RispondiEliminaE' un mix insolito che o si ama o si odia, sin dal principio :D
EliminaNon sono un grande fan di questo tipo di serie e ciò che tu dici non mi ispira particolarmente a concederle una visione.
RispondiEliminaP.S. non ho trovato una tua pagina su facebook, quindi ti avviso qua: dalle mie parti hai un premio da ritirare!
Dunque puoi evitarla tranquillamente! ;)
EliminaGrazie ancora per la nomina!
Cara Fede, ti leggo da poco ma... mi hai già conquistata!
RispondiEliminahttp://solaris-film.blogspot.it/2017/11/boomstick-award-2017.html
Ahah, un vero colpo di fulmine!
EliminaGrazie mille per il boomstick award :D