sabato 25 febbraio 2017

Tra schermo e realtà #6 - Hidden Figures al ritmo Sixties

Ultimo appuntamento di Tra schermo e realtà del mese di febbraio. Ovviamente anche questo episodio è dedicato a un film in gara domani sera, una pellicola che ha riportato alla luce un frammento di storia poco conosciuto, soprattutto al di fuori dei confini statunitensi.
Hidden Figures al ritmo Sixties
Il diritto di contare conquistato tra razzi e missioni spaziali
Il decennio della conquista dello spazio ha sempre esercitato un certo fascino sulla sottoscritta. Nuovi orizzonti, nuove prospettive e, soprattutto, un incredibile slancio per la ricerca scientifica. Gli anni Sessanta, con le loro atmosfere e i loro più nascosti conflitti politici e non, sembrano ormai qualcosa di lontanissimo nel tempo. Proprio nel 2016, però, una serie di avvenimenti, movimenti e cambiamenti del tessuto sociale hanno portato sul grande schermo alcune storie che parlano di diritti e di conquiste. Una di queste pellicole è proprio ambientata negli anni Sessanta e, incredibilmente, riesce a raccontare ancora molto dei tempi più recenti.
Titolo: Il diritto di contare
Genere: biografico, drammatico
Anno: 2016
Il regista Theodore Melfi, dopo il buon St. Vincent, torna al cinema con un film che unisce passato e presente raccontando curiosi e importanti retroscena delle più importanti missioni degli anni gloriosi della NASA. Ho atteso l'uscita de Il diritto di contare a lungo. Complici l'interesse per la materia e la simpatia verso il trio protagonista, non ho resistito alla tentazione di gustare questa pellicola in lingua originale con il titolo di Hidden Figures, forse un po' più azzeccato di quello italiano. Questo film, infatti, racconta la storia nascosta di alcune brillanti menti del secolo scorso nel campo scientifico: Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson. Non le avete mai sentite nominare? Questi sono i nomi di tre matematiche afroamericane che contribuirono alla riuscita del Programma Mercury e, in particolare, della tanto celebrata missione Apollo 11. In un mondo tradizionalmente coniugato al maschile e "all-white", queste figure riuscirono ad affermarsi, conquistando il loro spazio e i loro meriti a colpi di intuizione, intelligenza e determinazione.


Per raccontare tutto questo scende in campo un'agguerritissima squadra di attrici in grado di portare anche un pizzico di girl power sul grande schermo. Buona parte del film ruota intorno alla figura della brillante matematica Katherine Johnson che ha lavorato per la NASA dal 1953 al 1986, inizialmente come 'computer' - le donne assunte dall'agenzia spaziale che avevano il compito di calcolare traiettorie e risultati di test venivano chiamate così - e poi come ingegnere aerospaziale.
Nei panni di questo grandissimo personaggio c'è Taraji P. Henson meglio conosciuta come la tamarrissima Cookie Lyon di Empire. In questo film l'attrice statunitense dona vita ad una protagonista distante anni luce dalle suo soliti personaggi: composta, pacata, silenziosa ma determinata e sicura delle sue capacità ed abilità. Ho apprezzato molto la Henson in questo ruolo inedito in grado di far conoscere al grande pubblico alcuni dettagli dei retroscena delle più importanti missioni della NASA. Molti dei fatti contenuti del film legati alla Johnson sono, infatti, fedeli a quanto accaduto realmente: l'astronauta John Glenn veramente chiese esplicitamente di lei per controllare le traiettorie del suo volo ed è vero anche l'aneddoto legato al trasferimento della sua famiglia a 120 miglia dalla città natale per permettere a Katherine di continuare i suoi studi scientifici.

Questo film, però, è soprattutto un racconto corale, questa è la sua forza. Forse anche per questo è stato affiancato all'illustre predecessore, vicino sia per tematiche che atteggiamento, The Help, una pellicola che con toni semplici - ma secondo alcuni ruffiani - affronta in maniera più leggera problematiche come integrazione e parità di diritti. L'incredibile varietà del cast di Hidden Figures, in quest'ottica, è un'arma a doppio taglio: bisognava cercare di mantenere tutto in perfetto equilibrio. Alcuni personaggi, all'apparenza, ne sono usciti penalizzati: concordo sul fatto che Jim Parson - attore che già normalmente trovo fastidioso - sia inutile all'interno della storia ma credo che il personaggio di Kirsten Dunst risulti necessario per evidenziare le discriminazioni dell'epoca. Curioso scoprire, in seguito, che quelli appena presentati sono gli unici due personaggi inventati di sana pianta.
Questa pellicola, però, ha dato spazio anche ad attori su cui ero parecchio dubbiosa. No, non sto parlando della sempre esplosiva Octavia Spencer - anche se qui, forse, la nomination all'Oscar è un po' esagerata. Sto parlando di una Janelle Monae che ho sempre apprezzato nelle sue vesti di cantante, non troppo apprezzata in terra tricolore. E' lei il volto di Mary Jackson, la più agguerrita tra le protagoniste nel cercare di vedere riconosciuti i propri diritti, a partire da quello all'istruzione di più alto livello. In questo caso è più corretto attribuire a questo personaggio la questione più "colorita" del film: la Jackson, non la Johnson, per lungo tempo dovette correre da una parte all'altra del campus di ricerca per poter usare un "coloured bathroom". Anche per questo motivo fu proprio lei la figura che, secondo le ricerche contenute nel saggio di Margot Shetterly, percepì maggiormente le discriminazioni razziali in ambito lavorativo.

A condire il tutto c'è l'irrefrenabile ritmo della colonna sonora composta da Hans Zimmer e da Pharrell Williams, ricca di brani originali capaci di accompagnare al meglio i momenti simbolici del film. Nel complesso le due ore di visione scorrono dolcemente e, nonostante qualche ingenuità in alcuni passaggi, riescono a suggerire diverse interessati riflessioni ancora estremamente attuali.


Voto: 3,5/5




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